Notizie e spunti:

- Quel campanile di Portacomaro

Pagine tratte dal libro: "Papa Francesco - Il papa delle Beatitudini" di Feliciano Innocente

Dalla fine del mondo...

Quando l'Arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, dopo il conclave del 2005, giunse in visita a Portacomaro, un paesino del Basso Monferrato, in provincia di Asti, per vedere, toccare, respirare le sue radici storico-geografiche, molto probabilmente non immaginava nemmeno che qualche anno piu' tardi quell'Italia, terra nostalgica dei suoi avi, che per lui era dall'altra parte del mondo, sarebbe diventata la base di partenza, l'inizio di una nuova straordinaria avventura ecclesiale.
Di certo neanche i circa 2.000 residenti del luogo che non si accorsero in quei giorni della discreta presenza del porporato porteño (cosi' sono chiamati gli abitanti della capitale argentina) - potevano sognare la fama improvvisa che avrebbe sommerso quelle loro terre, gia' celebri per il fantastico Grignolino che aveva inebriato pure la regina Margherita di Savoia.
Forse Mons. Jorge guardando da lontano il campanile della chiesa parrocchiale di San Bartolomeo che, come in tantissimi paesi italiani, si erge esile e imponente sull'abitato, con la sua piccola cupola, avra' pensato proprio alla figura del Papa - che avevano appena eletto - che come un fratello maggiore raccoglie intorno a se' il popolo di Dio, lo abbraccia, lo protegge e lo guida con amore e responsabilita'. Quel "campanile" a ricordare con forza e perseveranza l'importanza del tempo (con il suo orologio che scandisce puntuale le ore, senza mai smettere di indicare con chiarezza il cielo.

L'amore che attraversa l'oceano

Da Portacomaro alla fine del 1928 la famiglia dei nonni paterni aveva deciso di partire alla volta dell'Argentina. Dalla meta' del secolo precedente era iniziata un'ondata migratoria di italiani verso il Nuovo Mondo, una presunta "terra promessa" piena di occasioni e di speranze, dove cercare fortuna o scampare ai debiti, dove fuggire dalla miseria - molte volte per trovante una peggiore o dalla giustizia. L'emigrazione italiana, secondo alcune statistiche, coinvolse in poco piu' di un secolo quasi 30 milioni di persone. Le mete preferite erano soprattutto gli Stati Uniti, il Brasile e l'Argentina, dove oggi la meta' della popolazione ha origine italiana. L'Italia, reduce da una guerra tremenda, che aveva decimato le giovani generazioni, stava tentando di ricostruirsi, mentre si faceva largo, a suon di bastonate e olio di ricino, l'ideologia fascista.
Eppure non furono problemi economici, ne' la sete di avventura, ne' il disagio politico a spingere il nonno di Papa Francesco a lasciare la sua casa: l'affetto fu, invece, il motore propulsivo, l'affetto per tre dei suoi fratelli che dal 1922 vivevano in Argentina. Il distacco era diventato insopportabile e nonno Giovanni aveva deciso di raggiungerli. La buona sorte volle che a ritardare per qualche tempo la partenza, la famiglia Bergoglio scampo' ad una terribile tragedia: l'affondamento del piroscafo "Principessa Mafalda" al largo delle coste brasiliane il 25 ottobre 1927 con centinaia di vittime. Inizialmente infatti pare dovessero viaggiare proprio con quella sfortunata nave. Partirono invece alla fine dell'anno successivo: nel gennaio 1929 i Bergoglio sbarcavano a Buenos Aires. Non si fermarono, come la maggior parte dei loro compagni, all'"Hotel de inmigrantes", costruito apposta come centro di prima accoglienza per le ondate di gente d'oltremare, ma proseguirono subito verso la provincia di Enne Riós, destinazione Paraná, la capitale. In quella citta' i fratelli del nonno avevano creato una fabbrica di piastrelle ed avevano tirato su un bel palazzo di 4 piani, uno per ogni fratello. Il figlio di Giovanni, Mario, futuro padre di Jorge Mario, aveva circa 24 anni.
Quello che i Bergoglio non avevano patito in patria, lo stavano per passare in Argentina: la crisi economica che investi' quel paese poco tempo dopo, getto' sul lastrico i 4 fratelli: uno mori' di cancro e gli altri dovettero ricominciare praticamente da zero. Nonno Giovanni grazie ad un prestito compro' un magazzino. Mario che era ragioniere lo aiutava nell'amministrazione, finche' non ottenne un altro posto di lavoro alle Ferrovie.

Un nuovo dono di Dio: Jorge Mario

Nel 1934 Mario conobbe Regina Sivori nell'oratorio salesiano di Sant'Antonio, nel quartiere di Almagro a Buenos Aires: i due si innamorarono e l'anno successivo si sposarono. Anche Regina aveva ascendenti italiani: sua madre era piemontese e suo padre discendeva da genovesi.
Il 17 dicembre 1936 nacque Jorge Mario, il primogenito di cinque figli. Dopo 13 mesi arrivo' il primo fratellino. Jorge in casa ascoltava e imparava la parlata dialettale dei nonni paterni, ma il padre con lui evitava il piemontese e qualunque riferimento alla terra d'origine: i suoi figli rappresentavano il futuro e il futuro era in Argentina. Non era un rinnegare il proprio passato - no di certo - ma l'umile consapevolezza che, per la nuova generazione, l'Argentina era la nuova "terra d'origine" e, insieme, il profondo rispetto per una terra che con generosita' li aveva accolti.

Una curiosita' a proposito dell'ospitalita' argentina:

Nella Costituzione approvata nel 1853 si dava grande importanza all'immigrazione europea: l'Articolo 25 recitava cosi': "II Governo federale promuovera' l'immigrazione europea; e non potra' frenare, ne' limitare, ne' gravare con nessuna imposta l'entrata nel territorio argentino degli stranieri che abbiano come obiettivo lavorare la terra, migliorare le industrie e introdurre e insegnare le scienze e le arti". Questo articolo e' tuttora presente nella Costituzione argentina.
Mario e Regina erano sempre attenti e premurosi con i loro bambini; li educavano con serieta', ma anche giocavano e si divertivano volentieri con loro. Papa' Mario faceva parte di una squadra locale di pallacanestro ed era ben contento di avere tra gli spalti come tifosi i suoi bambini. Mamma Regina, dal canto suo, amava la musica lirica e non perdeva occasione per far apprezzare ai suoi figli tale arte, ascoltandola insieme a loro ogni pomeriggio alla radio. Quando la mamma dopo il quinto parto ebbe dei seri problemi di salute, Jorge con i fratelli impararono anche a cucinare, sempre sotto la vigile direzione della madre.

Lezioni di vita

Jorge in famiglia fece scorpacciata di affetto, di delicatezza, di comprensione, di allegria; assimilo' alti valori morali quali il senso di responsabilita', l'onesta', la dignita' del lavoro; soprattutto assorbi' un genuino sentimento cristiano che dava una speciale tonalita' a tutto il resto.
Per comprendere meglio quanto affermato basti pensare che al finire le scuole medie, papa' Mario convinse Jorge che era conveniente iniziare a lavorare senza peraltro interrompere gli studi: pur non essendo ricchi e non potendosi permettere particolari lussi, non se la vedevano male con lo stipendio di papa' Mario...

Eppure questi ritenne fondamentale l'introduzione del figlio nel mondo lavorativo, nella fatica quotidiana di guadagnarsi il pane... Una sorta di allenamento che il padre - piu' che sportivo, esperto di vita - intuiva quanto fosse indispensabile in ogni ambito esistenziale. E Jorge obbedi'.
Comincio' a lavorare in una fabbrica di calze addetto alle pulizie - quello che si dice "far la gavetta" - e intanto si era iscritto nell'istituto industriale Enet Hipólito Yrigo-yen, specializzato in chimica dell'alimentazione. Sara' sicuramente stato notato per la coscienziosita' e la diligenza, perche' dopo due anni passo' a mansioni amministrative e, al quarto anno, ormai addentro alla materia chimica, grazie alla scuola che frequentava, fu chiamato a dare il suo contributo tecnico in laboratorio. La sua giornata era intensissima: in fabbrica dalle 7 del mattino fino alle 13 - sono 6 ore piene di lavoro -; poi, dopo un'ora di pausa pranzo, a scuola fino alle 20. Giovanissimo, Jorge conoscera' appieno il significato delle parole "sacrificio", "impegno", "coerenza", appreso sul campo!
Importante in quegli anni fu la figura di Esther Balestrino de Careaga, la responsabile del laboratorio, il suo "capo": con la scrupolosita' e la serieta' che le erano proprie fu un punto di riferimento importante nella formazione di Jorge. Anni dopo, durante la disumana dittatura degli anni '70, fu sequestrata e uccisa, diventando una delle migliaia di "desaparecidos" che gridano ancora giustizia in terra argentina.

L'incontro che trasforma

Il 21 settembre in Argentina si celebra il "Giorno dello studente": e' l'inizio della primavera (ricordiamo che nell'emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto a noi che ci troviamo nell'emisfero boreale), il miglior giorno per festeggiare l'entusiasmo e l'ardore giovanili. Ragazzi e giovani in allegre comitive "dimenticano" la scuola e cercano i luoghi migliori per gioiose scampagnate.
Jorge aveva 17 anni. Chissa' perche' decise di iniziare quel lontano 21 settembre -prima di riunirsi con i compagni - con una visita alla sua parrocchia di San Giuseppe de Flores... Chissa' perche', poi, quel sacerdote che non aveva mai visto (si chiamava padre Duarte) gli ispiro' una tale fiducia da avvicinarlo per confessarsi... Fatto sta che da quel momento sacramentale Jorge usci' trasformato: lo Spirito Santo, che lo aspettava al varco, aveva toccato alcune corde del suo cuore e le aveva fatte vibrare in un'armonia indicibile e incontenibile. Intuiva pienamente, per la prima volta, la misericordia infinita di Dio e tale realta' lo sorprendeva e lo riempiva di felicita'. Si scopriva amato come mai avrebbe immaginato... Lo sguardo del Signore si era poggiato su di lui e lo chiamava ad un nuovo progetto di amore, un po' come era successo all'apostolo Matteo, che la Chiesa festeggia liturgicamente, guarda caso, proprio il 21 settembre. Fissera' poi quell'avvenimento in un'intensa preghiera da lui composta: " Voglio credere in Dio Padre che mi ama come un figlio, e in Gesu', il Signore, che ha infuso lo Spirito Santo nella mia vita per farmi sorridere e portarmi cosi' al regno eterno della vita. Credo nella mia storia che e' stata attraversata dallo sguardo amorevole di Dio che, nel giorno di primavera, 21 settembre, e' uscito incontro a me per invitarmi a seguirlo".
Una sola idea ormai illuminava il pensiero di Jorge: diventare sacerdote.
Non si lascio' pero' prendere dalla frenesia: pur con la sua giovane eta', aveva acquisito una tale esperienza di vita da dare valore al tempo, alla riflessione paziente, al percorso metodico. Avrebbe percio' curato il seme vocazionale piantato quel giorno aspettando la stagione propizia della mietitura.

Imitare Gesu' per risorgere con Lui

E la stagione arrivo'! Forse nel modo piu' inaspettato, ma sappiamo che a Dio piace "stravolgere" i piani degli uomini per fare "grandi cose". A 21 anni Jorge si ammalo' improvvisamente. Le sue condizioni si aggravarono in brevissimo tempo, cogliendo impreparati gli stessi medici che non riuscirono a formulare perentoriamente una diagnosi. Per tre giorni il giovane stette tra la vita e la morte. Alla fine si scopri' che la causa del male era una pericolosa infezione polmonare e che tre cisti stavano compromettendo il regolare funzionamento del polmone destro. Si decise pertanto di intervenire chirurgicamente asportando la parte superiore dell'organo leso. Inutile dire che furono giorni di grande angoscia fisica e morale per Jorge e la sua famiglia.
Nel suo stato provato, quello che maggiormente lo infastidiva erano le superficiali frasi di circostanza dei numerosi visitatori: gli sembrava che non capissero assolutamente il suo dramma e anziche' confortarlo facevano solo crescere in lui il senso di solitudine e di disperazione.
Un giorno ando' a trovarlo una certa suor Dolores. Jorge era avvilito, disilluso, stanco di sentire sempre le stesse false consolazioni: era ben cosciente che sarebbe stato menomato, limitato per tutta la vita e per un giovane con tanti sogni e ideali come lui, tale situazione era frustrante, insostenibile. La religiosa, pero', lo colpi' con una parola nuova: "Con il tuo dolore, tu stai imitando Cesu'". Era una prospettiva assolutamente diversa di approcciare la sua tribolazione: allora ci poteva essere un senso in quel suo soffrire! Non solo Gesu' non lo aveva abbandonato, ma addirittura il dolore lo rendeva autentico suo discepolo... E poi le tenebre della croce avrebbero lasciato spazio alla luce folgorante della risurrezione... Ecco: quel secondo incontro singolare per Jorge fu come l'alba dell'ottavo giorno!